La desposesión palestina

En el año 2000 la historiadora israelí Anita Shapira publicó en Jewish Social Studies un artículo titulado “Hirbet Hizah: Between Remembrance and Forgetting” que se iniciaba con una cita de Ephraim Kleiman: 

Woe to the generation constrained to
commit the deeds of Hizah
but which escapes the pain in their
recounting.

Aquel artículo trataba sobre las cambiantes representaciones del pasado y las recíprocas relaciones entre memoria y realidad (conciencia) histórica. A tal fin, se tomaban como ejemplo las actitudes  que el público israelí había adoptado con el tiempo en relación con uno de los textos clásicos de su literatura,  “The Story of Hirbet Hizah”, de S. Yizhar, un relato corto que aborda con valentía la expulsión de los habitantes de una aldea árabe en la llamada (por Israel) “guerra de independencia”. Eso sí, el lugar no era real, puesto que se trataba de ficción. Tampoco eso era importante, sino su significaco. La cuestión es que lo que inicialmente fue visto como una consecuencia desagradable del conflicto, como casos aislados, paso a ser un secreto de Estado, algo que convenía olvidar, algo  que incluso los veteranos de guerra deseaban borrar de su memoria.

De eso y de otras cosas trataba el ensayo publicado en 1978 por Ephraim Kleiman. “Hirbot Hizah ve-zikhronot lo neimim aherim”  publicado en el número 25 de Prozah. Relataba  las experiencias de un antiguo soldado que tres décadas más tarde  era un renombrado profesor de economía en   la Hebrew University de Jerusalén. Se identificaba plenamente con el relato de Yizhar y describía su memoria (reprimida) de la lucha y la expulsión de la que había sido testigo.  “I believe you cannot understand the incidents I described, and our relation to them, unless it is placed against the backdrop of the mass flight of the Arab population that accompanied the War of Liberation”. Añadía que, incluso antes de la conocida masacre de Deir Yassin, los árabes habían sido aterrorizados, hasta el punto de que eso permitió que se abusara de ellos:  “Perhaps in their minds they projected onto us those same punishments the average Arab wished to inflict on us”.   Finalmente, indicaba que el hecho de que las autoridades árabes  hubieran pedido a su población que abandonara las zonas conquistadas por Israel supuso un salto significativo:  “That exhortation transformed individual flight into a full-blown national exodus”.

Pues bien, acababo de recibir en mi correo la noticia de que Anita Shapira e Ephraim Kleiman presentan un breve volumen, con prefacio de Pierre Vidal-Naquet (una introducción escrita poco antes de su fallecimiento). El libro se titula Brutti Ricordi y lo publica Edizioni Una città. Trata, pues, de lo sucedido a los palestinos en 1948, de la nakba (catástrofe, desastre). Y aborda también el debate dramático que hubo en Israel en los años 50.  Y, en fin, vuelve sobre el uso político de la memoria. De todos modos, el libro italiano recupera el ensayo-testimonio de Kleiman, que acompaña de otro de  Anita Shapira en el que reconstruye la historia del debate.  No es nuevo, pues, pero nos permite acceder mejor a unos textos de difícil consulta por estos pagos. Además, como siempre, permite reconocer que la sociedad israelí es mucho más abierta y reflexiva que sus dirigentes.

citta.jpg

Extracto del prefacio de Pierre Vidal-Naquet:

 “… scrivo due parole per presentare un libro che ho trovato affascinante, non solo per il suo argomento, che non manca assolutamente d’interesse dal momento che si tratta delle condizioni nelle quali la stragrande maggioranza  degli arabi palestinesi, che abitavano nel paese divenuto poi Israele nelle sue frontiere del 1967, hanno lasciato le città ed i paesi che appartenevano loro da secoli. Per gli autori palestinesi si trattò dell’Espulsione, da cui deriva il titolo che il mio amico Elias Sanbar ha dato al racconto, solidamente documentato, di questi eventi. Da parte israeliana, esiste una leggenda, sulla quale tornerò più avanti, che vuole che siano stati gli arabi a partire, seguendo gli ordini dei loro capi per lasciare il campo libero ai combattenti il cui sogno era la distruzione della colonizzazione sionista. Fortunatamente esistono anche i libri di storia, nel senso che questo termine ha per gli storici di mestiere. L’opera fondamentale, pubblicata prima in inglese, nel 1987
[The Birth of the Palestinian Refugee problem, 1947-1949, Cambridge],
successivamente in ebraico, è quella di Benny Morris, ora tradotta [dall’edizione aggiornata, 2004, ndc] anche in italiano con il titolo Esilio. Israele e l’esodo palestinese (Rizzoli 2005).

Naturalmente, non ci si può aspettare che la verità degli uni sia identica a quella degli altri; non lo si può fare e, in tutta onestà, non lo si deve fare perché si tratta, in un caso come nell’altro, di qualcosa che non è di dominio esclusivo dell’interpretazione degli archivi, ma anche del sentimento nazionale nel suo senso più profondo ed esistenziale. Per gli israeliani, il 1948-1949 è l’epoca della Guerra di Indipendenza; per i palestinesi è il tempo della catastrofe, la Naqba.
Questi punti di vista probabilmente non sono destinati ad essere eterni, ma rimane il fatto che i palestinesi da maggioranza sono divenuti minoranza, ed è vero l’opposto per gli israeliani che, conquistata l’indipendenza e la sovranità, si sono aperti ad un’immigrazione ebraica massiccia, mentre ai palestinesi era vietato il ritorno in patria. Il libro che ho l’onore di presentare al pubblico non è un’opera sui fatti in sé, ma sulla loro memoria, sulla loro eco, in un certo senso…

… La Guerra di Indipendenza è stata l'”ora più gioiosa” o l'”ora più tragica” della generazione che la visse? Forse, l’una e l’altra contemporaneamente. Conosco alcuni israeliani a cui l’esodo degli albanesi, durante la guerra in Kosovo, ha ricordato, immediatamente, quello che era successo nel 1948 con la partenza massiccia delle popolazioni arabe. Ephraim Kleiman cita il poeta ebreo Alterman, secondo il quale il sangue, anche se giustamente versato, si lascia dietro “il gusto salato delle lacrime dell’innocente”.

Kleiman evoca un dialogo sui modi di vita dei beduini: “Sono all’età della pietra”, dice un ufficiale dell’intelligence; “No! Ai tempi dei Patriarchi” gli viene risposto. Nel saggio di Kleiman i riferimenti alla Bibbia, come quelli all’affare Dreyfus, sono costanti. “Lavoro sporco” dice un soldato, “Qualcuno lo deve pur fare”, gli risponde un altro. E la replica inevitabile: “Ma perché devo essere proprio io?”. E l’altro: “Che vadano nel deserto o all’inferno, per te che differenza fa?”. …

… Ma bisogna sempre pensare al peggio? Ripetiamo, con le parole di Paul Claudel, nel sottotitolo di “La scarpetta di raso”: [le pire] n’est pas toujours sûr [non è sempre detto che accada il peggio, ndt].

All’inizio di questo 2006, accanto ai sinistri eventi accaduti in Medio Oriente, in Iraq ma anche in Israele-Palestina, è stato pubblicato, a Parigi, un libro intitolato Ta’ayush. Journal d’un combat pour la paix Israël-Palestine 2002-2005” [Ta’ayush. Diario di una battaglia per la  pace in Israele-Palestina, ndt], la cui prefazione è di un mio vecchio amico, l’indianista Charles Malamoud, e il cui autore, David Shulman, è anche lui indianista. Ta’ayush è una parola araba che significa “coesistenza”. E’ bello che questo movimento assolutamente minoritario, i cui principali dirigenti sono degli ebrei israeliani, abbia un nome arabo. Come dice Charles Malamoud, “agli occhi di David Shulman, l’ingiustizia, la brutalità, il disprezzo contribuiscono  all’abbruttimento del mondo”. Ta’ayush è un movimento di disobbedienza civile che mira a promuovere la coesistenza attraverso atti altamente simbolici, per esempio mietere, con la falce, un campo palestinese per i palestinesi; oppure reimpiantare degli ulivi proprio dove altri ulivi furono sradicati; piantare un gelso dove un altro gelso era stato distrutto; parlare il più possibile agli abitanti dei villaggi palestinesi nella loro lingua -tutto questo sotto gli insulti dei coloni ed il controllo ostile delle forze governative. Questo movimento, ispirato a Gandhi, ha un futuro? Come avrebbe detto Léon Blum, ci credo perché ci spero.

Scrivo queste poche pagine nel luglio del 2006, mentre l’intervento, sempre più evidente, dell’Iran in quello che fu un conflitto regionale, se non addirittura locale, mette in causa nientemeno che la pace nel mondo, e che l’escalation bellica attuata da Israele, in risposta agli Hezbollah, ha già provocato la fuga di 500 mila nuovi rifugiati. Sicuramente la soluzione non arriverà entro sera.
 

Anuncios