El pensamiento puente y la diferencia

bosetti.jpg

No sé ustedes, pero a mi me ocurre una cosa curiosa. Cuando me abruman las novedades, me refugio en los clásicos. O al menos releo cosas, repaso números atrasados (que ahora me inundan, tras el restablecimiento de Snop y sus remesas fuera de fecha).

Me ha ocurrido con la revista italiana Reset, que dirige Giancarlo Bosetti. Este periodista y filósofo, nacido en Milán en 1946, fue vicedirector del periódico   l’Unità y fundó Reset en 1993. Creo que su último libro es Cattiva maestra. La rabbia di Oriana Fallaci e il suo contagio (Reset, 2005) Pues bien, el número que cerraba el pasado año llevaba por título L’ateismo di Freud, pero me he quedado con  el anterior, un volumen doble rotulado  Speciale Filosofia. Viaggio nel pensiero-ponte alla scoperta delle differenze. La presentación es atractiva y la nómina de colaboradores interesante:  

 97lezione.jpg

“Possiamo chiamarlo, il viaggio filosofico che qui vi proponiamo, «pensiero-ponte», perché il ponte è un concetto chiaro ed elementare. La distruzionee poi la ricostruzione del ponte di Mostar (nome di città che peraltro vuol dire «antico ponte») hanno un valore simbolico che non sfugge neanche fino ai disegni dei bambini delle scuole materne. Il regista turco Fatih Akin ha dedicato al concetto il titolo del suo film, Crossing the Bridge, che parla della musica  come «ponte» tra mondi diversi, tra Oriente e Occidente (idea cara anche a Daniel Barenboim e alla sua orchestra). Sia Istanbul che la Bosnia sono luoghi di  confine tra mondi, di convivenze e di conflitti, nei secoli. Situazioni diffuse sul pianeta. Di ponti e pensieriponte ha bisogno il Medio Oriente.

Non è un caso che vengano da qui alcune delle formule più penetranti per definire quello che serve, e che manca. Amin Malouf, libanese, storico delle Crociate «dall’altra parte», chiama questa merce preziosa «pensiero di cresta»:   la capacità di mantenersi in cima all’onda senza scivolare nell’incavo, da una parte o dall’altra, e così di difendere una visione più ampia senza lasciarsi risucchiare dalla faziosità. Amos Oz il pensiero-ponte lo vede come saper «convivere con l’ambiguità» accettando il rischio di passare per traditore da una parte e come nemico dall’altra.

Le sue tesi bellissime «contro il fanatismo» sono state poi oscurate da pagine meno amiche della virtuosa ambiguità durante l’ultima guerra in Libano (la lezione sulla storia del fanatismo di Alberto Toscano è piena di tante altre sorprese), ma ci atteniamo al penultimo Oz. Charles Taylor usa un’altra parola: «umiltà», quella suprema e  ofisticata virtù che consiste nel saper immaginare se stessi come qualcosa di diverso dal centro del mondo e prende a prestito  ’idea di «provincializzare» l’Europa, noi, l’Occidente, da un indiano che insegna a Chicago, Dipesh Chakrabarty. Con il grande filosofo canadese, che apre questo numero di Reset si affaccia il tema che è filosofico ma anche pratico (e quanto!) di perseguire una visione dell’essere umano che superi «le  lealtà nei confronti della propria tribù». L’aspetto più concreto della faccenda consiste nel fatto che non abbiamo altra scelta che individuare in ogni civiltà le persone che sono capaci di dialogare con gli altri. La politica – e con essa la democrazia – finisce spesso per spingere verso la direzione  opposta: patriottismi di tribù. Ma nessuna attività è più meritoria di quella che riesce a mettere all’angolo gli estremismi in tutti i campi, in tutte le province.

«Noi abbiamo i nostri “selvaggi” e loro hanno i loro». Fornet-Betancourt chiama questa pratica filosofica interculturale «attraversare contesti» ed è un viaggio che ci porta verso la «profondità del mondo», prepara situazioni di ospitalità e di accoglienza, aiuta a immaginare soluzioni dei conflitti, a superare risentimenti che sembrano invincibili. Che a nessuno venga in mente di dirci che si tratta di pensieri da «anime belle» perché ci arrabbiamo. Chi crede che la politica non si alimenti di visioni capaci di gettare ponti, verso gli altri, verso la fine di conflitti etnici, razziali, sociali, e verso il futuro dia un’occhiata alle vicende del XX secolo, alla biografia di Mandela, di de Klerk, di Martin Luther King, alla storia del socialismo, del laburismo, dei sindacati, del popolarismo cristiano e altro ancora.

Chi crede che si tratti di sogni a occhi aperti dia un’occhiata alle pagine più importanti della storia del pensiero e veda se non hanno a che fare con questi «ponti»: da Abelardo a Cusano a Raimondo Lullo, da Montaigne a Lessing, la capacità di «provincializzarsi» e di immaginare il mondo oltre la lealtà per «la propria tribù» ne ha fatta di strada grazie a loro (Marx se la cava meno bene, il suo internazionalismo è poco pluralista). Se l’Europa ha fatto un addestramento migliore lo deve a una storia che l’ha forzata a gettare più ponti. E a ben vedere la storia del pensiero, letta attraverso i «ponti », altro non è che la storia del pluralismo, nucleo incandescente del pensiero liberale, che si è nutrito non solo di universalismo e cosmopolitismo, ma anche di quella ambigua passione per la diversità che attraversa illuminismo e romanticismo da Vico a Herder, da Montaigne a Isaiah Berlin. Può un’idea di libertà, una pratica, una politica di libertà fare a meno del loro pensiero? Abbiamo chiesto ai nostri amici e collaboratori di farci strada in questo viaggio e la loro risposta è stata generosa, come vedrete in queste pagine. Ma è soltanto l’inizio”.

Me voy a detener en el texto de Alberto Toscano (pero eso será otro día, con perdón). 

Anuncios