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Carlo Ginzburg, Arnold I. Davidson: problemas históricos en clave filosófica

Publicado por Anaclet Pons en Septiembre 19, 2008

El próximo  número de  “Aut Aut“, la revista bimestral dedicada a la filosofía que publica Il Saggiatore, contiene un diálogo entre  Carlo Ginzburg y Arnold I. Davidson sobre la filosofía y el oficio de historiador.

El Corriere della Sera del pasado julio publicó un extracto de esa conversación (que tuvo lugar en el festival «vicino/lontano» de Udine en mayo de 2007). Como señala este periódico, el célebre historiador italiano afronta con su interlocutor (estudioso foucaultiano, docente regular en Pisa y autor  de The Emergence of Sexuality: Historical Epistemology and the Formation of Concepts, Harvard University Press, 2002) algunos de los problemas cognoscitivos y éticos a los que se enfrenta la disciplina a la hora de reconstruir el pasado.

Arnold I. Davidson: Il tema dello straniamento, vale a dire entrare in un’altra prospettiva per riesaminare la nostra e capirne i presupposti epistemologici, mostra molto bene il ruolo di un certo tipo di pratica all’interno della storia, ma anche all’interno della filosofia. Lo straniamento ci consente di mettere in risalto la nostra prospettiva, e poi di esaminare, di discutere e di accettare in modo più conscio, oppure di rifiutare, la prospettiva altrui. Carlo Ginzburg ha insistito tantissimo sull’aspetto cognitivo della prospettiva. Il fatto che abbiamo tutti una prospettiva, che c’è sempre una prospettiva particolare, locale, non esclude che possiamo discutere le nostre prospettive, dibattere filosoficamente. Non si va dalla prospettiva particolare al relativismo assoluto: certo, c’è una prospettiva, ma si può argomentare intorno ad essa per valutare qualcosa che di solito non vediamo. Quindi la prospettiva ha questo aspetto conoscitivo.

Ma lo straniamento non è la sola posta in gioco, perché c’è anche una posta in gioco morale ed etica. Io penso sinceramente che lo storico non possa e non debba evitare nella sua scrittura, sempre, una prospettiva di valutazione; non soltanto di cognizione, ma di valutazione. Ogni frase scritta da uno storico implica una prospettiva di valutazione, per cui il problema è come mettere insieme il lavoro storico e la necessità di una prospettiva di valutazione. L’idea che il sapere sia sempre prospettico è un’idea fondamentale. Tuttavia, il problema per Ginzburg è che la prospettiva non si riduce a un rapporto di forza, non è soltanto politica: c’è un aspetto conoscitivo, ma c’è anche un altro aspetto che riguarda la prospettiva di valutazione.

La prospettiva di valutazione ha un ruolo nella storia che è molto diverso da quello che assume in un trattato di filosofia morale, dove troviamo i concetti classici di bene, male, giustizia, ingiustizia. Si tratta sempre di un giudizio, per così dire, che viene pronunciato dalla cattedra – questo è il bene, questo è il male – e implica il tentativo di giustificare con l’argomentazione filosofica il giudizio morale. Ma chi esprime un giudizio morale di questo tipo in un libro di storia perde un certo compito della storia, che non è quello di emettere giudizi morali di genere filosofico, anche se il giudizio morale non si può evitare.

Il problema allora è questo: cosa fa uno storico, che non può evitare impliciti giudizi etici, morali, quando questi giudizi sono al centro di un dibattito? Come può giustificare, non l’indagine storica in quanto tale, cioè i fatti, la descrizione degli eventi – perché per la prospettiva cognitiva c’è un legame con la verità che in un certo senso controlla e regola la prospettiva, che dice questo è vero, questo non lo è. C’è, insomma, un modello di verità che regola la prospettiva. Ma nel caso della moralità, qual è il quadro di regolazione? E qual è il rapporto tra la prospettiva conoscitiva, al centro del lavoro di Ginzburg, e la prospettiva di valutazione, dove c’entrano la filosofia morale e la politica?

Carlo Ginzburg: Bisogna superare l’idea illusoria che il rapporto con i testi o con le persone sia facile: la trasparenza è un inganno. Il primo aiuto forse ci viene dalla nozione di straniamento, che è stata evocata prima: un atteggiamento che ci fa guardare a un testo come a qualcosa di opaco. È un atteggiamento che può essere spontaneo; più spesso, è il frutto di una tecnica deliberata: non capire un testo come premessa per capirlo meglio, non capire una persona come premessa per capirla meglio. Diffido profondamente delle metodologie che trapassano i testi come un coltello taglia il burro. La loro apparente potenza è illusoria.

In realtà l’interprete trova solo se stesso. La stessa cosa succede con le persone. L’idea che tutti si capiscano è illusoria. Al contrario, il fraintendimento, la difficoltà di comprensione fa parte dei rapporti normali, anche fra persone che appartengono alla stessa cultura. Questo sforzo, quindi, è necessario e passa attraverso il riconoscimento dell’opacità. Cosa dice questo testo? Cosa mi dice questa persona? Perché fa così? Io credo che domande di questo tipo debbano essere continuamente poste. Quindi bisogna autoeducarsi a farsi domande: nei confronti dei testi, per chi fa questo mestiere; nei confronti delle persone, per chiunque – perché questo fa parte del mestiere di vivere.

Ora cerco di rispondere alla domanda che mi ha posto Arnold Davidson. Direi che, anche se ammettiamo che prospettiva cognitiva e giudizio morale siano intrecciati, nel momento in cui si fa il mestiere di storico, meno si parla di morale meglio è. Ma credo che nell’idea di prospettiva ci sia anche la prospettiva morale. Nel libro del grande storico dell’arte Ernst Gombrich Arte e illusione, l’autore evoca un aneddoto: all’inizio dell’Ottocento un gruppo di pittori va nella campagna romana a dipingere lo stesso luogo e ne vengono fuori molti quadri diversi. Come mai? Ognuno di loro si accostava allo stesso paesaggio non solo con un bagaglio tecnico, ma con qualcosa che era legato alla propria formazione. In questa specie di griglia, in questo filtro mentale entrano, io credo, anche i valori morali. Bisogna sottolineare da un lato la diversità; dall’altro, la traducibilità.

Il lavoro che facciamo di fronte a un testo è di interpretarlo, e cioè, anzitutto, di tradurlo. Possiamo dire allora che c’è un conflitto fra giudizio morale e prospettiva cognitiva? Io credo di no, a patto di ammettere che la prospettiva cognitiva non è mai neutra, sebbene sia traducibile. Molti elementi entrano nella prospettiva cognitiva, inclusi gli elementi morali, politici ecc. Tutti devono, per quanto è possibile, entrare a far parte della consapevolezza. Dobbiamo diventare consapevoli dei nostri pre-giudizi. Stacco pre-giudizi, perché siamo abituati a dare alla parola pregiudizio una connotazione negativa: mentre qualche forma di pre-giudizio, cioè di giudizio anticipato, è auspicabile, come sa bene chi studia testi. Se non si parte da un’ipotesi non si capisce nulla. Certo, dobbiamo evitare di imporre il nostro pre-giudizio. Dobbiamo essere disposti a imparare dal testo.

Arnold I. Davidson: Vorrei ritornare sullo straniamento, perché il problema principale sta nel fatto che è difficile da attuare. È un esercizio, una pratica, una tecnica difficile, dato che non si può stare sempre nell’atteggiamento dello straniamento.

C’è però una cosa più profonda: la prospettiva cognitiva è anche una prospettiva di valutazione. A questo proposito, leggendo un testo del grande storico italiano Arnaldo Momigliano, mi ha colpito il suo atteggiamento opposto. Egli dice: «O possediamo una fede religiosa o morale, indipendente dalla storia, che ci permette di emettere giudizi sugli avvenimenti storici, oppure dobbiamo lasciare perdere il giudizio morale. Proprio perché la storia ci insegna quanti codici morali ha avuto l’umanità, non possiamo derivare il giudizio morale dalla storia». Su quest’ultima affermazione sono d’accordo: non possiamo derivare il giudizio morale dalla storia. Tuttavia l’atteggiamento di Momigliano è che c’è un’opposizione fra la prospettiva morale, che per lui è astorica, e la storia in quanto tale. Se rifiutiamo questo presunto punto di vista, per così dire, dell’eternità, fuori della storia, bisogna trovare un giudizio morale all’interno della storia, che non si può derivare dalla storia, ma che è comunque all’interno della storia.

Qui, però, c’è un problema, perché Carlo rifiuta l’idea che il giudizio morale sia soltanto un giudizio che viene da un rapporto di forza. Se il giudizio morale è immanente alla storia, qual è la base, il fondamento del giudizio morale che non si riduce alla storia, ma che è immanente alla storia? Dove si trova il punto di appoggio per quel difficile tipo di giudizio?

Carlo Ginzburg: Mi fa molto piacere che Arnold abbia citato Momigliano, una delle persone che hanno contato di più nella mia formazione. Ora, provo a immaginare di proseguire una delle discussioni che ho avuto con lui. Che cosa direi? Direi che a mio parere la frase citata da Davidson forse non tiene abbastanza conto del punto di vista dell’osservatore. Se ci accostiamo alla varietà di comportamenti morali partendo dall’osservatore, troviamo, paradossalmente, una via che ci può portare verso l’oggettività.

In che senso? Dobbiamo distinguere tra il linguaggio dell’attore e il linguaggio dell’osservatore. Tener presente questa distinzione è utile, perché troppo spesso gli storici si comportano come ventriloqui, facendo parlare gli attori con la propria voce. Ma non credo che si debba scegliere tra i due livelli di analisi: entrambi sono necessari. Dobbiamo cercare di ascoltare i valori degli altri, anche quelli che ci appaiono dei disvalori; ma non possiamo non partire dai valori nostri, nei cui confronti un atteggiamento di assoluto distacco è impossibile, perché questo c’impedirebbe di vivere.

L’osservatore è legato a una prospettiva locale: è un uomo o una donna, appartiene a un ambiente sociale, a una comunità linguistica. Ma obiettività e investimento emotivo, politico, morale non sono incompatibili: si tratta di stabilire un rapporto tra loro. L’oggettività può emergere solo da quest’intreccio di domande e risposte.

(…)

* Corriere della Sera, 24.07.2008

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Carlo Ginzburg regresa a Europa, a Pisa más concretamente

Publicado por Anaclet Pons en Diciembre 5, 2006

Parece que no doy la talla y que mis crónicas son un tanto vagas y bastante irregulares. Al menos eso opina un vecino cascarrabias. Yo no le hago caso, pero me pone nervioso y con la excitación me precipito. Sobre el ordenador, en este caso. Y así salen las cosas, sin el orden necesario, desconcertadas. Lo digo para que ustedes tengan a bien disculparme, para que sean magnánimos y me absuelvan si lo que les comunico no está a la altura de lo esperado. Además, les pongo sobre aviso: me voy de puente, así que hasta el 11 nada más les podré ofrecer. Ese día estaré de nuevo en ruta y la crónica no faltará.

Carlo Ginzburg. Entre lo verdadero y lo falso

De Italia nos llegan noticias de los avatares del último libro de Carlo Ginzburg. Parece que se acercan las fiestas navideñas y que conviene aprovechar la presencia física de este historiador para presentar el libro en las mejores condiciones. Tras ocho años en el dorado exilio californiano de la UCLA, el profesor ha aceptado la invitación de su amigo Adriano Prosperi para impartir sus lecciones de nuevo en Italia, en Pisa. (Il Corriere della Sera le entrevistó para congratularse de la noticia). De todos modos, no parece que esa decisión haya bastado para que el público haga justicia a sus méritos. Desde el éxito de El queso y los gusanos y el triunfo popular de El juez y el historiador, nada parece haber  sido igual en lo tocante a ventas.

La última traducción de Il formagggio

Así que a mediados de octubre Ginzburg pasó por Bolonia para discutir el texto con sus colegas universitarios y unas semanas más tarde habló en Milán, en la Fundación Feltrinelli. Hace unos días, el 29 de noviembre, estuvo en Florencia en la Biblioteca Municipal Central. Algunas de esas intervenciones se pueden incluso seguir en internet. En el caso de Milán, le podemos escuchar a él y a sus introductores:

Intervención de Mario Miegge
Intervención de Stefano Levi della Torre
Intervención de Carlo Ginzburg

Además, también podemos acceder a una entrevista que publicó el periódico La Repubblica el pasado 15 de julio.

El libro en cuestión se titula Il filo e le tracce. Vero, falso, finto y lo publica de nuevo Feltrinelli dentro de su colección “Campi del sapere”. A lo largo de sus 340 páginas, Ginzburg incluye diversos artículos que, si no me equivoco, en parte son ya conocidos, pero dándoles ahora un nuevo sentido. El autor plantea de inicio su rechazo a quienes difuminan los límites entre los relatos de ficción y las narraciones históricas. Así pues, como en anteriores ocasiones, trata de explorar la relación existente entre verdad histórica, ficción y falsedad a través de una serie de casos, de auténticas miniaturas en muchos capítulos: los protocolos de Sión, la conversión de unos hebreos en Mallorca, Stendhal, unos caníbales brasileños, la Inquisición, etcétera.

Nada de eso extrañará, sobre todo a quienes conozcan sus últimos volúmenes (Ojazos de madera, Rapporti di forza). En la última década, Ginzburg ha querido significarse como un antirelativista, como alguien que aún cree en la verdad (en mayúsculas) y que al tiempo es consciente de que han pasado los tiempos del positivismo ingenuo. Así que se enfrenta con coraje a los textos, a las fuentes, y a las múltiples maneras de leerlos. Porque, ¿qué es una fuente? ¿Cuándo decimos que contiene la verdad? Si resulta falsa, ¿la descartamos? «Nessuno – señala Ginzburg – penserà che sia inutile studiare false leggende, falsi eventi, falsi documenti: ma una presa di posizione preliminare sulla loro falsità e autenticità e, di volta in volta, indispensabile».

Ésta es la dualidad metodológica que Ginzburg considera necesaria. Enfrentemonos abiertamente, pues, a cualquier fuente, observemos la existencia de múltiples voces, mostremos incluso la pugna por representar la realidad. De ese modo, escarbando en los textos, incluso contra la intención de quienes los produjeron, uno puede hacer emerger voces incontroladas (no sé si les sonara a Bajtin, a mí sí me lo parece): como las de aquellos hombres y mujeres que se sustraían de los estereotipos judiciales en los procesos de brujería. Es decir, realidad, imaginación y falsificación se entrecruzan a menudo, unas vecen en contraposición, otras alimentándose mutuamente.

En fin, el hilo es lo que deseamos decir y demostrar, los indicios nos remiten a algo opaco, a esos elementos incontrolados, a silencios incluso, que todo texto ofrece y que el historiador ha de tener en cuenta. Naturalmente, la verdad es el punto de llegada, no el de partida (excepto para algunos píos historiadores, añadiríamos). «Gli storici, scrisse Aristotele –concluye Ginzburg- parlano di quello che è stato (del vero), i poeti di quello che avrebbe potuto essere (del possibile). Ma naturalmente il vero è un punto di arrivo, non di partenza. Gli storici (e in modo diverso i poeti) fanno per mestiere qualcosa che è parte della vita di tutti: districare l’intreccio di vero, falso, finto che è la trama del nostro stare al mondo».

Pueden leer una de las miniaturas que se incluyen en el volumen, en concreto la que lleva por título La conversione degli ebrei di Minorca (417-418), aparecida en el número 79 (1992) de la revista Quaderni Storici.


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Más allá de Ginzburg, un autor por el que siento debilidad, poco añadiré. Podría hablarles del éxito italiano de Matilde Asensi, pero las comparaciones son odiosas. Eso sí, podría aconsejar el volumen de Roberto Casati, Il caso Wassermann e altri incidenti metafisici (Laterza). Casati es un reputado filósofo, con un puesto de director de investigación en el celebérrimo CNRS, aunque ahora está en Venecia. He aquí un extracto:

“La filosofia insegna a guardare altrove, e in cambio esige che si guardino le cose di tutti i giorni come alla moviola, come se fossero una possibilità tra le tante. Se il filosofo vuole coltivare il senso della possibilità cantato da Musil, dovrà costruire mondi e paesaggi mentali con pazienza e a volte temerarietà, rimanendo disponibile a stupirsi del risultato. L’immaginazione, di un tipo quasi letterario, è una componente essenziale di questo esercizio; il quale si accompagna spesso a una impressione di solitudine sconfinata. E in effetti ci sono dei punti di svolta quando si esplorano i paesaggi mentali che si sono costruiti, in cui è come se ci si affacciasse alla finestrella ventosa, intagliata nella pietra, in cima alla torre altissima di una cattedrale in rovina lasciata da un’antica civiltà; sul vuoto di questa solitudine sono in agguato una vertigine e una malinconia. Non c’è posto per questa vertigine in un libro di filosofia, in un articolo accademico. Pudore, riservatezza, necessità di convincere razionalmente e non di coinvolgere emotivamente: tutto milita per un’oggettivazione del sentimento. Ma sovente nella storia della filosofia si passa vicino alla finestrella, come nei pensatori che hanno ispirato in parte questi racconti.”

Bien, por lo que parece va a estar tan suculento como su anterior El descubrimiento de la sombra (Debate, 2001). Desde luego, qué envidia, vaya título!: “Desde tiempos muy antiguos se ha hecho uso conscientemente de las sombras, y esto a pesar de que se las temiera y nunca se ha sabido bien qué son. La historia de la ciencia está entretejida con la trama de la sombra. Es interesante probar la consistencia de la trama. Para hacerlo hemos de actuar sobre dos vertientes. Por un lado hay que comprender bien por qué las sombras constituyen una insidia para la mente. Si tuviésemos que descubrir su naturaleza, nos encontraríamos en un callejón sin salida. Si son ausencias, cosas que no existen, entonces no existen y basta. Pero, ¿cómo es que hablamos de ellas? ¿acaso son algo más que una carencia, o son solo una ilusión? Seguramente las sombras son misteriosas. Por otra parte, las sombras a despecho de su precariedad, y a despecho de ser tan misteriosas, son un precioso auxilio para el conocimiento. ¿Cómo reconciliar estos dos puntos de vista?”. Las sombras y lo falso,  Casati y Ginzburg, dos formas distintas de explorar lo que no es evidente.

Pues eso, que hasta aquí puedo leer…

Divertimento: Retomemos la hermenéutica del “word”, lugar de puertas y ventanas inseguras donde los haya. Decíamos que muestra un insistente empeño en sustituir la palabra York por Cork y comentaba un@ amable visitante que quizá hubiera en ello cierta querencia por lo irlandés. No lo descarto, simplemente constato los hechos. Hablando de lo verdadero y lo falso, escarbando en la ficción, nos hemos topado con un ejemplo. Tómense la molestia de buscar “Nueva Cork” en el google y escojan la opción “búsqueda en español”. Existen algo más de 58 mil referencias, algunas de las cuales acaso traduzcan la New Cork irlandesa. La mayoría, sin embargo, son transfiguraciones de Nueva York (el word lo ha vuelta a intentar y casi se me escapa). Miren la primera, es un informe del U.S. Census Bureau y dice así: “De los 10 condados con las más grandes proporciones de personas nacidas en el extranjero aparte de Miami-Dade, todas, excepto por el condado de Hudson, Nueva Jersey, estaban localizadas en Nueva York o California. (Ver tabla 2.) El condado de Queens, en Nueva York, 46.6 por ciento), tenía el segundo porcentaje más alto de residentes nacidos en el extranjero entre los 231 condados incluidos en la Encuesta de la Comunidad Estadounidense, seguido por Hudson (39.1 por ciento); Condado de Kings, Nueva Cork, (38 por ciento) y el condado de San Francisco, California, (36.7 por ciento)”. Ahora está claro, el condado de Kings, en Brooklyn, es parte de Nueva Cork. Vean cómo se construye la realidad. Hagan, pues, lo que Carlo Ginzburg y extraigan sus propias consecuencias.

 

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